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Alla fine, si torna sempre a casa.

Ah fare le valige! Che disastro. Come si fa a portare via tutto quello accumulato in un mese?

E si che sono abituata a fare e disfare, partire tornare….

Uno sguardo alla casa nella certezza di essermi scordata qualcosa di fondamentale, e l’ultimo saluto alla tanto amata finestra che nell’ultimo mese mi ha dato buongiorno e buonanotte, scandendo il passare del tempo.
Un panorama che certo non mi è nuovo, ma che ogni volta suscita emozione dell’arrivo, malinconia nella partenza e sognanti sorrisi nel ricordo. 

à bientôt

Giorni scanditi dalla finestra della casa sul tetto, sempre uguale ma sempre diversa, con i gelidi spifferi invernali in un febbraio Parigino.

E questa casa Parigina me la sono goduta.

Tutta, fino in fondo nel bene e nel male: scoprire ogni angolino di cucina fredda, trovare i propri ritmi col parquet schicchiolante, particolari cene chez moi, il vento la notte che ulula, il gelido bagno diviso in due stanze, la mattina e il sole che esplode dalle finestre in una casa senza porte, muri sottili e vicini che scendono e salgono le scale, la colazione nel letto mentre le chien lunatic che abbaia fuori.

Eh si, la pacchia è finita.
Un mese a Parigi se ne andato così, in un soffio.

à bout de souffle

A malincuore lascio momentaneamente la realtà Parigina per tornare a Milano, pronta a rituffarmi in una forse nuova realtà meneghina, totalmente e meravigliosamente precaria.
Una situazione volutamente momentanea, che mi lascia aperta tutte le altre porte ma al tempo stesso non è che mi faccia sentire propriamente di tornare a casa.

Ma ora devo fare la valigia, salire su l’aereo e tornare a casa. Ma quale casa??


In questi ultimi mesi ho girato e girato, sono quasi ufficialmente senza fissa dimora. Ho fatto traslochi, attraversato l’italia in macchina inseguendo il sole, preso aerei da sola e treni al volo come incognite.
Ho mangiato, guardato, scoperto, esplorato. Ascoltato storie, parlato con estranei, ritrovato amici. Ho avuto i miei sani momenti di solitudine e condiviso attimi con sconosciuti. Tutto lontano da casa.
Ci sono dei luoghi e dei letti che mi hanno ospitato per giorni e giorni… in cui mi sentivo subito a mio agio come fossi a casa mia, destreggiandomi amabilmente tra chiavi, piatti, dispense, porte, asciugamani e pregevoli chiaccherate con il portinaio.
Fai come fossi a casa tua.

A casa mia…. cosa cambia a casa mia?

L’abitudine? Basterebbe quindi che io facessi gli stessi gesti, sistemassi gli scaffali ed armadi nello stesso modo, sempre, per rivivere una casa?
Dovrei forse ricercare lo stesso fugace raggio di sole mattutino e la luce dalle finestre la sera?
Oppure sono i sapori, i colori, le forchette, i tappeti e le ciabatte?  Forse tutto è rilegato in oggetti che dovrei portarmi dietro come Mary Poppins e ridistribuire ogni volta che arrivo in un novo posto.
Quindi se un giorno decidessi di cambiare e buttare via tutto, pur rimanendo nella stesso luogo non mi sentirei più a casa?
Potrebbero essere i rumori?
Il particolare suono del frigo che si chiude e si apre, lo scricchiolio notturno delle mensole, il trucco per chiudere la porta del bagno ed accendere la doccia….
Probabilmente il bello e il brutto fa la differenza: la propria casa è comoda e lo scomodo è nell’estraneo? Improbabile, le altrui case mi sembrano sempre più comode della mia.

Dunque quale è la differenza, cos’è ?

Sto facendo una valigia pesantissima, lasciando un posto che amo profondamente, ma mentre cerco di ricordarmi se ho preso tutto, sorrido. Perché so che sto tornando a casa, dove non è l’abitudine ma il sapere cosa mi aspetta.

Eh si…. a volte casa non è un luogo.

E tornassi e fosse tutto diverso?
Anche se fosse, ci sono dei fari che danno le distanze di quanto ti allontani e che ti permettono di tornare poi, a casa.
E da loro il caffélatte la mattina sarà sempre lo stesso.

Eccomi, sto tornando a casa.

Te lo hai già preso il caffé?