istanbul

Ho ancora gli occhi gonfi e la pancia piena.

Come si può riassumere in poche righe e in poche immagini una settimana a Istanbul?
Perchè di cose da dire ce ne sarebbero veramente tante su questa megalopoli sul Bosforo. Antica Bisanzio e Costantinopoli, oggi eletta Capitale Europea della Cultura, proiettata nel cambiamento del 2010, l’anno della svolta. Mi vengono i Brividi. Ed io ci sono stata, appena tornata con la pancia piena e gli occhi ancora gonfi di storie, luce, volti, profumi, ombre.

I ricordi di questa che sembra la capitale del mondo, sono ancora vivi ma un po’ confusi.
Serve ordine.
Raccolgo le idee e medito.

Riguardo le foto, troppe come sempre. E’ così difficile trovare un filo conduttore.

Forse basta solo cominciare dall’inizio. Una passeggiata sul Bosforo, ponte di Galata sul Corno d’Oro, ora di pranzo tra i profumi di pane caldo e pesce fritto.

Gatti e gabbiani, aria di mare, luce del sole che si spande, ovunque persone che camminano, facce vecchie e nuove che sfilano accanto. Un delizioso valzer, delicato equilibrio che sembra così naturale a Istanbul.

In un attimo ti senti al centro del mondo, al centro della storia tra passato e futuro, al centro di tutto dove tutto è possibile.
Totale benefico risvolto che può avere il passeggiare, rinforza la mente e chiarisce le idee.

Già, Il Bosforo. Di certo c’è prorpio questo, il mare, la gente la luce e l’aqua. Basterebbe solo questo.

In più ci sono le voci, i profumi, il cibo, i mercati, il vento…. e una palpabile stratificazione: civiltà, religioni, culture in una città che conta 12milioni di abitanti ed ha una storia così antica.

Gente in giro? No, folla di persone. Colpisce per la quantità e la diversità, quasi si potrebbe pensare che non esista un cittadino tipo, la popolazione è cosi varia

che è difficile tracciare una identità certa.

Istanbul è la città a cavallo tra i due continenti, quindi il Bosforo è davvero un limbo.

Almeno, per me è stato un limbo, ed il mio viaggio è iniziato qui e finito qui, sull’acqua.

Primo giorno, a mangiare il sole, i gabbiani che chiamano sopra la testa, i gatti si avvicinavano sinuosi, pesce fritto al mercato e poi sul ponte coi pescatori: tra venditori di cozze e pane, battelli e palazzi vivi alla luce calda del tramonto, cielo blu e nuvole.

Un attimo e un’eternità.

Questo panino di sgombro fritto mangiato al mercato del pesce, la voracità con cui è stato divorato gurdando il mare. L’attimo e l’eternità.

Si gusta, è buono, fresco e pescato sul momento. Visto scelto cotto e mangiato.
Si continua a camminare, si esplora.

In bilico tra due, tre mille mondi. Tutti girano, tutti sorridono, tutti mangiano, tutti diversi tutti uguali.

Occhi, occhi… tanti occhi .

Sali e scendi cammini, passeggi, corri ai semafori, ti incanti a vedere le nuvole, ti fermi a respirare sapori che escono fumanti a sbuffi dai banconi, riparti con il rumore delle onde e ti lasci trascinare dal vento.

La musica dalle macchine e il minareto che ti avverte. Giri l’angolo ed è tutto uguale e tutto diverso. Guardi da una vetrina, ti infili in un mercato, si parla qualunque lingua, tanto sorridono e ti rispondono in turco: dagli occhi la risposta.

Se sei in difficoltà contrattano per te, ti danno il posto migliore ma se non sostieni l’imbarazzo a volte se ne approfittano, sempre pronti e sempre sereni, si fermano e gustano l’istante ma non scordano dove vanno. Si fermano al momento giusto e ripartono di slancio per un té, pane biscotti e i dolci sempre appena sfornati, che inchiodano alla sedia e ti implorano di essere finiti.


Poi un attimo, una voce, un sussuro in una lingua comprensibile e ti riporta coi piedi in terra, nella catarsi di questo momento.

Ed anche l’ultimo giorno siamo tornati sul Bosforo, continuando a passeggiare e mangiare come a chiudere un circolo, un fluire, per uscire dal limbo delicatamente e indirizzarci verso casa.

Istanbul città del cambiamento, in divenire. E così è stato. Si finisce e si inizia a Istanbul…

to be continued…..