salone-gusto-2008

Cecilia Todeschini mi scrive:

“Sono a Londra. E ho capito il Salone del Gusto… Ho percepito quella sensazione di invasione dei sensi, effetto sconcertante ed inebriante che stordisce e rende leggeri…”

“..Questa mattina mi sono alzata alle cinque meno venti, ho preso un autobus, un aereo, un treno e una metro e sto cercando di relazionarmi con una lingua di cui non capisco che qualche parola sparsa. Eppure sono ancora piena di energie.

Le giornate al Salone sono state simili per intensità di stimoli e percezioni. L’accoglienza, per me sociopatica e agorafobica, è stata devastante, impossibile orientarsi razionalmente in una fiera del genere. È in casi come questi che si ricorre al solo uso dei sensi per riuscire a non cadere per terra.

Tutti e cinque sono stati allertati, vista e udito che normalmente fanno da padroni hanno chiamato in aiuto gusto, olfatto e tatto che si son riscoperti eleganti e capaci nell’analizzare di nuove sensazioni e conoscenze.”

“I primi momenti servono a mettere a fuoco, il desiderio e l’ambizione pensano di poter escogitare un metodo per cogliere tutto, ma si esce immediatamente sconfitti e frastornati da questo tentativo, nella mente rimangono poche immagini, casuali, registrate perché più curiose, perché inusuali o dimenticate da tempo e goffi tentativi di cogliere uno sguardo d’insieme.

Così ci si ricorda qualche cartello, qualche percorso didattico, le parole chiave “buono, pulito e giusto” riportate dovunque e si memorizzano le prime suggestioni: i prosciutti appesi come si vedeva una volta dal salumiere oggi ricercati elementi decorativi per celebrare un famoso San Daniele; gli strumenti dimenticati che si celano dietro a tutto ciò che ormai consumiamo già pronto e incellofanato…”

“Il passaggio successivo per ambientarsi nella dimensione del Salone avviene con la perdita dell’attenzione e l’abbandono ai sensi: si captano allora i colori, le forme, tutto ciò che solletica e si procede nello spazio a tentoni, rapidamente ci si ubriaca di suggestioni e i sensi cominciano a dialogare tra loro, tutto ciò che la vista cattura lo si vorrebbe toccare, poi assaggiare, ugualmente con l’olfatto, il senso più timido.

Si comincia a selezionare profumi ed essenze, si prova a registrare ciò che si riconosce come famigliare e si indirizza tatto e gusto: si desidera testare la veridicità delle informazioni che arrivano, si tocca il più possibile, di nascosto, con lo sguardo e lentamente per davvero, perdendo ogni inibizione sul finale della giornata…”

“Il gusto arriva per ultimo, ma l’attesa è ampiamente ripagata, non per i gusti in se che sono di ogni genere, dal più famigliare al più misterioso, ma piuttosto per l’intensità dell’esperienza che diversamente dal solito è carica non solo di aspettative ma anche di un vissuto nuovo, proveniente da quegli altri sensi che normalmente con interferiscono l’uno con l’altro.

È allora il momento dei formaggi di capra dal sapore intenso che sale al naso che arrivano in bocca carichi dell’esperienza della vista (la crosta, la forma sua e delle altre formaggelle, le mani e i gesti del suo produttore), dell’olfatto (sentire la differenza tra un formaggio e l’altro) e l’udito (le storie di chi l’ha prodotto, dei procedimenti per realizzarli)…”

“Allo stesso modo si assaggiamo i pani la cui conoscenza migliora la comprensione del loro gusto: si osservano e accarezzano i semi, si guarda fare la pasta, si ascoltano i produttori e ci si concentra sulle forme.

Il terzo momento è quello più personale, lo si riconosce meglio a posteriori, ma i segnali sono forti: le inquadrature si fanno precise, la macchina si avvicina ai soggetti, si mette a fuoco solo il necessario.

Non si ha più timore di seguire le proprie inclinazioni, si scatta quello che si sente.”

“È utile ripensare al vissuto e riguardare le fotografie: dal caos iniziale i sensi si affinano, impariamo ad utilizzarli e a riappropriarcene.

Lo si nota perché si sceglie un’inquadratura (che è il proprio modo di vedere e guardare il Salone e le sue molteplicità), una forma preferita (forse quelle più inconsuete) un colore (senz’altro le sfumature di beige, grigio, marrone, tutto ciò che fa pensare alla terra, alla natura, al mondo agricolo) e un soggetto (i formaggi, così versatili, complessi e semplici allo stesso modo, frutto ancora di un lavoro umano insostituibile)…”

Il Salone del Gusto si è allora dimostrato una straordinaria palestra dei sensi, un’occasione per utilizzarli insieme, per riscoprirne le connessioni e le rispettive caratteristiche…”